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Haribo, gli orsetti gommosi e le altre caramelle sarebbero prodotte da schiavi

Brutte notizie per la Haribo, accusata da un documentario di ridurre in schiavitù operai e animali impiegati nella produzione dei famosi orsetti gommosi e delle altre caramelle.

Brutte notizie per la Haribo, una delle aziende leader nel settore dolciario. Un documentario della televisione pubblica tedesca Ard, dal titolo The Haribo Check, ha infatti lanciato accuse molto pesanti nei confronti del brand fondato a Bonn nel 1920, sostenendo che nella produzione dei famosi orsetti gommosi vengano impiegati, senza troppi scrupoli, operai ridotti letteralmente alla schiavitù e animali tenuti in condizioni che definire pessime non è abbastanza.

La denuncia emersa dal documentario, in realtà, porrebbe sotto i riflettori due diversi aspetti del processo di produzione delle caramelle, o meglio i modi attraverso cui si ricavano due degli ingredienti necessari per prepararle: la cera di carnauba, applicata agli orsi gommosi e agli altri dolciumi per renderli lucidi e impedire che si attacchino, che viene raccolta dalle foglie di palme negli stati nordorientali del Brasile come Piaui, Ceara, Maranhao, Bahia e Rio Grande do Norte, e la gelatina, che si ricava dalle parti cosiddette povere del maiale, come cotenne, orecchie, coda, testa e lingua.

Proprio nella raccolta della cera di carnauba, in quelle che sono tra le regioni più povere del Brasile, verrebbero impiegati operai trattati come schiavi, costretti a lavorare in condizioni inumane, dove non esiste il benché minimo rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro ma, se davvero così stessero le cose, anche dei diritti umani.

Secondo il quotidiano tedesco Deutsche Welle, ogni anno vengono esportati circa 100 milioni di dollari di prodotto, e nelle piantagioni gli operai lavorerebbero per l’irrisoria cifra di 40 real al giorno, l’equivalente di circa 10 euro; i lavoratori sarebbero costretti a dormire all’aperto, o in camion, senza neppure, sostengono i giornalisti tedeschi, avere accesso ai bagni; sarebbero inoltre obbligati a bere l’acqua direttamente dai fiumi, senza nessun filtro. A peggiorare ulteriormente la situazione ci sarebbe anche la presenza di molti lavoratori minorenni, in un quadro che Sergio Carvalho, funzionario del Ministero del Lavoro brasiliano, ha definito nel documentario – non a torto – di “schiavitù”.

I lavoratori sono trattati come oggetti, peggio degli animali“, ha aggiunto il funzionario in The Haribo Check,  la cui visione ha spinto all’intervento anche il ramo tedesco di Amnesty International, che ha sostenuto che la vigilanza sull’operato delle aziende partner spetta alle imprese tedesche: sono loro che devono controllare che non si commettano, o si contribuisca a perpetrare violazioni, dei diritti umani.

Se ci sono abusi dei diritti umani, devono subito adottare soluzioni e prevedere indennizzi“, ha commentato Amnesty Germania a Deutsche Welle, spiegando che sono le aziende dirette interessate a dover controllare che non si commettano violazioni dei diritti umani, o che non si contribuisca a perpetrare situazioni di schiavitù, ed evidenziando anche che in altri paesi, come in Francia ad esempio, esistano leggi create ad hoc proprio per imporre alle aziende il controllo serrato su ogni fase della catena di produzione.

Neppure gli animali, però, se la passerebbero meglio: un’altra parte del documentario The Haribo Check si è infatti occupata delle aziende che allevano suini per conto di Gelita, società fornitrice di Haribo proprio per quanto riguarda la gelatina, tutte operanti soprattutto nella Germania settentrionale. Il reportage sostiene che la società di caramelle abbia esternalizzato la produzione di gelatina, affidandola a un produttore tedesco, il cui fornitore costringerebbe i poveri maiali in condizioni disumane.

Ma l’azienda di Bonn che cosa dice? La sua risposta non si è fatta attendere, ed è stata affidata, almeno per il momento, a un comunicato stampa in cui Haribo dice di essere totalmente all’oscuro della situazione e disponibile a chiarire ogni punto della vicenda, prendendo anche i necessari provvedimenti a riguardo.

Fonte: haribo.com

Non siamo a conoscenza di una violazione delle linee guida- si legge nella nota – ma vogliamo comunque, proattivamente, chiarire la questione con i nostri fornitori. Siamo un’azienda che vuole portare gioia a bambini e adulti, non possiamo accettare il mancato rispetto degli standard sociali ed etici. Utilizzeremo il reportage per aprire una discussione con i nostri partner, indipendentemente dal fatto che le immagini mostrate siano o meno correlate a noi. Le informazioni sulle piantagioni fornite da Wdr [ la  Westdeutscher Rundfunk Köln, l’emittente pubblica, ndr.] non ci hanno soddisfatti.

L’azienda ha dichiarato anche l’intenzione di aprire un’inchiesta per gettare luce sulla catena di approvvigionamento dell’azienda, promettendo di tenere il pubblico informato. Nel frattempo, però, in tutto il mondo è partito il boicottaggio agli orsetti gommosi, unito sotto l’hashtag lanciato da Juliette Méadelda, ministro alle vittime dell’Eliseo durante la presidenza di Hollande, #jeboycotteharibo, che ha lanciato un tweet davvero dissacrante e provocatorio.

Cercate un altro motivo – scrive la Méadelda – oltre a quello dietetico, per non mangiare Haribo? Quello sociale è sicuramente il migliore.